APRILE

Ci sono due bambini che giocano a pallone, nel cortile antistante i box. Non si potrebbe, a dire la verità. Ma oggi il condominio è semideserto, e chi c’è chiude un occhio.

Al sesto piano i tonfi della palla e le voci eccitate dei giocatori arrivano attutiti dalla distanza. La pallida signora sorride, aggiustandosi il foulard intorno alla testa. È così bella e fragile, la normalità: innaffiare i fiori, sentire i bambini giocare… vivere.

Al secondo piano una coppia di sposi sta facendo l’amore. La finestra è aperta e quindi devono stare attenti a non farsi sentire.

Al quarto piano un uomo in pigiama fissa il monitor di un computer. Una pagina vuota.

Al terzo piano una donna rubiconda sta cucinando per la sua tribù. Oggi arrivano tutti, persino il nonno Piero: indomito superstite di un’epoca gloriosa che continua testardamente a raccontare. Ancora e ancora. La donna sorride, materna, mentre assaggia il sugo e decide di aggiungere un pizzico di sale.

Al settimo piano un uomo sulla sedia a rotelle guarda fuori. Oggi la gamba prude dannatamente. Incerto, si allunga verso le stampelle appoggiate a un tavolo, per provare ad alzarsi da solo. Quindi si appoggia alle grucce, spinge in avanti il corpo appesantito e dà un colpo di reni. La sedia scarta pericolosamente a sinistra e lui ci ricade sopra. “Che cretino!” si apostrofa. “Prima bisogna bloccarla.”

Dal cortile proviene un grido roco e trionfante: «Goooolll!».

La pallida signora del sesto sobbalza, ridendo di se stessa. Poi il suo sguardo cade sulla spoglia bouganville, che ha buttato qualche timida fogliolina da un ramo basso. «Tieni duro, piccola…» mormora stupita e commossa. «Ce la faremo, vedrai…»

I due sposi riposano stretti stretti, amandosi anche nel sonno; malgrado i guai di lavoro e il mutuo e le bollette e la scuola dei ragazzi e la vita che è un eterno precariato.

L’uomo in pigiama sfiora la tastiera con cautela. È un avverbio, breve e definitivo, quello che sta per scrivere. Un “no” che deve a se stesso, all’azienda, ai suoi uomini e alla scintilla vacillante negli occhi di sua moglie. Un no così affermativo va tradotto con cura: «Egregio direttore, è mia convinzione che la parte più pregnante della parola “manager” sia la radice “man”: “uomo”…».

La donna rubiconda si accinge a portare in tavola l’enorme vassoio di maccheroni al sugo fatti con tutta l’anima sua, perché oggi è festa di tutti.

L’uomo del settimo piano è riuscito a mettersi in piedi. Chi gli ha intimato il silenzio con un colpo di pistola non sa di avergli schiarito la voce. Ora che la paura non è più un fantasma, la affronterà a viso aperto.

Così come i due sposi non smetteranno mai d’amarsi. Né la pallida signora di amare la vita, i bambini di giocare e l’uomo di sentirsi Uomo. E il nonno Piero continuerà a raccontare (finché avrà memoria) quel lontanissimo 25 aprile.

Il giorno di oggi, invece, saranno in pochi a ricordarlo perché è soltanto un normale giorno di festa in una qualsiasi città italiana.

Solo un giorno di ordinaria resistenza.

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