IL CARATTERE DELLA PLUMBAGO

Sono sempre stato convinto che le piante abbiano una personalità e che la esprimano attraverso ciò che hanno di più appariscente: foglie e fiori.

I fiori della passiflora, ad esempio, sono bellissimi ma complicati. Si direbbero i prodotti del carattere fragile di chi vuole distinguersi a tutti i costi.

I gerani, al contrario, sono “canini”: festosi e sinceri. Si affezionano al padrone e lo servono fedelmente finché hanno vita. Stavo facendo queste stesse riflessioni, la terribile sera di un anno fa. E proprio come in questo momento, ero sul balcone per annaffiare i miei gerani.

Sono uscita dalla clinica da tre giorni. Potrebbero essere tre anni come tre secondi, perché il tempo non ha più nessun significato, per me. Si è fermato a quella maledetta notte e non vuole scorrere né avanti né indietro. Da allora non esisto più e l’unica cosa che chiedo ancora alla vita sono quelle pillole salvifiche che mi annientano per un po’. Poi torno all’inferno.

Un anno e due giorni. Il dolore ha smesso di svegliarmi tutte le notti alle tre e venti e ogni tanto mi lascia respirare per qualche ora di seguito. Le rose legate al lampione sono state rinnovate molte volte. I biglietti, le lettere, le foto degli amici di Marco hanno iniziato a sbiadire, poi a macerare sotto la pioggia.

Infine il vento se li è portati via. Ma c’è una frase scritta col pennarello indelebile direttamente sul palo. Dice solo “I miss you.

Quanto mi manchi, Marco. Fratello mio per sempre.

Dunque mi stavo occupando dei gerani, quando ho sentito lo spetazzare di una moto; da cross, probabilmente. All’improvviso il botto: lungo la via che corre proprio sotto il mio balcone, un clangore di lamiere inequivocabile e letale.

Non potrò mai dimenticare quello che ho visto. Ne rivivo i crudi dettagli, ogni volta che mi affaccio. Accanto a me c’è la Iole che, nonostante la televisione accesa, ha sentito lo schianto e si è precipitata fuori.

C’è una moto accasciata sul ciglio della strada. Sotto, un ragazzo con il casco cerca di liberare una gamba evidentemente incastrata.

Un secondo ragazzo, all’altro lato della via, è sdraiato immobile sull’asfalto.

Un’auto, uscita di pochi metri dal parcheggio a spina di pesce, è ferma in mezzo alle carreggiate, sulla mia destra. Ne esce una ragazza barcollante che cerca di avvicinarsi alla figura inerte.

Il ragazzo sotto la moto lancia un grido lacerante: «Marco! Dio! Marco, NO!». Si fermano alcune macchine. Un giovane tira fuori il cellulare da una tasca, compone un numero e inizia a parlare rapido, teso. Un uomo riesce a sollevare la moto per liberare il ragazzo con il casco. Lui si mette in piedi, ma ha la gamba sinistra dei jeans completamente zuppa di sangue. Aggrappandosi all’uomo, si trascina verso l’altro ragazzo (sempre paurosamente immobile) e si mette in ginocchio accanto a lui. Quando tenta di strapparsi il casco, una donna lo ferma e gli mette le mani sulle spalle, nel tentativo di calmarlo. Ma lui grida con una disperazione che ancora oggi, quando ci ripenso, mi fa venire i brividi: «Marco, Marcooo! Dio! Marco: RESPIRA! RESPIRAAAA!» La ragazza della macchina si è avvicinata. E’ di spalle, ma sembra impietrita. Il ragazzo spinge via la donna e si sfila il casco. Riesco a distinguere una guancia tumefatta e del sangue che esce da chissà dove. A un tratto si accorge della ragazza e, con un balzo, è in piedi davanti a lei. Non avevo mai sentito tanto odio in una voce: «TROIAAAA!» Un ruggito mortale. Reiterato fino a spezzarsi. La donna, tornata alla carica, agisce d’istinto e, abbracciando il giovane da dietro, lo tiene stretto con tutte le forze, per impedirgli di scagliarsi contro la figuretta immobile che, come spinta dalla violenza degli insulti, arretra di un passo; uno solo. Rigido come quello di un manichino. Subito dopo, dal palazzo accanto, esce di corsa un’altra donna, e si precipita verso la ragazza che ha iniziato a tremare come una foglia, nonostante sia una serata tiepida. La donna abbraccia la ragazza, le parla, la scuote. Lei, però, non reagisce. Intanto arrivano due ambulanze a sirene spiegate. Scendono alcuni infermieri con bombole di ossigeno, un collare e altri strumenti di cui ignoro la funzione. Sembra di essere in un film. Vedo due infermieri inginocchiarsi accanto a Marco. Un altro si avvicina al ragazzo ferito che si è finalmente

seduto per terra, stremato. Non riesco a sentire quello che dice. Mi giro verso la Iole. Tiene le mani sopra la faccia, lasciando fuori solo gli occhi. Mi guarda desolata. «Hai visto la ragazza? Hai visto chi è sceso dal palazzo?… Quella è la Cristina, la figlia della Graziella… Dio del cielo!» Ha sempre avuto gli occhi buoni, la Iole. Molto migliori dei miei. La figurina tremante tra le braccia della madre è Cristina. La piccola Cristina dai riccioli neri e gli occhi del più incredibile color plumbago ch’io abbia mai visto.

Ero fresca di patente, quella sera.

Maurizio mi aspettava al locale ed ero “messa giù da gara” (come diceva lui) per festeggiare la sua assunzione.

Mi sono infilata in macchina, ho allacciato la cintura e ho girato la chiave. Ho innestato la retromarcia e proprio in quel momento ho sentito la moto arrivare. Così ho mollato leggermente la frizione, giusto per uscire dal parcheggio di pochi centimetri, ma la suola liscia delle scarpe col tacco non ha fatto presa e il pedale è scivolato via. La macchina ha fatto un balzo indietro, quel tanto che è bastato per prenderli in pieno.

Uno l’ho visto letteralmente volare all’indietro. L’altro dev’essere rimasto attaccato alla moto finché non si è fermata.

Io non mi sono fatta nemmeno un graffio.

Mi si è parata davanti all’improvviso, materializzata dal nulla.

Non ho potuto che tentare di sterzare alla disperata. Ho fatto solo in tempo a piegare la moto, e forse questo mi ha salvato la vita, perché l’ho presa di lato. Ho continuato la corsa rasoterra finché la moto si è spenta sul ciglio della strada. Avevo tutto il suo peso sulla gamba ma non sentivo dolore: cercavo Marco.

Poi l’ho visto immobile, dall’altra parta della strada, sotto il palo di un lampione. Ho iniziato a urlare e non ho più smesso. Qualcuno mi ha aiutato a liberarmi della moto e io ho continuato a gridare e a chiamare Marco, ma lui non rispondeva. Quando ho visto l’assassina mi si è annebbiato il cervello.

Poi non so… devo essere svenuto. Mi sono svegliato al pronto soccorso chiedendo di Marco. L’ultima cosa che ricordo di aver visto prima che m’iniettassero un calmante, è quel dannato orologio che segnava le tre e venti del mattino.

Mentre un infermiere è occupato a guardare la gamba del ragazzo ferito, gli altri due continuano

a girare intorno a Marco, senza decidersi a togliergli il casco. Finalmente, dopo mille controlli, portano una barella giù dall’ambulanza e, con infinite precauzioni, ci adagiano il poveretto.

E intanto i minuti passano e a me sembrano troppi.

L’altro ragazzo si è accasciato sulla strada. Forse è svenuto. Così lo caricano rapidamente sulla seconda ambulanza.

Nel frattempo arriva anche un’auto della polizia con due agenti. Il primo si fa dare i dati da tutti i testimoni. Il secondo si pianta davanti alle due donne, cominciando a fare domande per il verbale. Ma Cristina, sotto shock, non risponde a niente. Madre e figlia, allora, vengono fatte salire sulla volante. I tre mezzi azionano le sirene e partono quasi in simultanea. La volante all’inseguimento delle ambulanze.

I passanti si disperdono in varie direzioni. Qualcuno scuote la testa, altri si soffiano il naso.

La Iole è pallida come un cencio e non parla. Le metto un braccio attorno alle spalle e rientriamo in casa. In sala c’è ancora la televisione accesa.

Dopo due giorni senza fine ho avuto la certezza di averlo ucciso. Ho visto dalla finestra tutti quei ragazzi che sfilavano davanti al lampione, legandoci fiori, attaccando biglietti, foto… persino sigarette. Una ragazza singhiozzava, molti piangevano.

Gli stavano facendo il funerale.

Poi è arrivato lui, zoppicando vistosamente. Lo tenevano in piedi due amici, altrimenti sarebbe caduto. Era devastato.

In quel momento sono andata in apnea per la prima volta. Mia madre mi ha trovata lunga distesa davanti alla finestra.

Il cervello non voleva che continuassi a vivere, ma l’istinto di sopravvivenza mi ha fatto svenire. Peccato.

La nostra infanzia, l’adolescenza e la giovinezza.

I nostri amori, le battaglie, la moto che non avevi mai voluto guidare. I nostri amici, i nostri viaggi, la stessa università. Tu, tre anni dopo.

Perdere i genitori da piccoli, ha fatto di me il tuo custode. Mi ha dato la responsabilità di creare un mondo a nostra misura. E anche se una nuova coppia si è occupata di noi, Cristiano e Marco sono diventati una persona sola.

E ora devo vivere a metà.

È passato un anno, ormai, eppure qualcuno lega ancora dei fiori al lampione. So che Cristina dagli occhi plumbago è tornata a casa perché Iole ed io ci siamo tenuti in contatto con la Graziella.

Che donna!

È stata al fianco della figlia per tutto il tempo del processo. Quando Cristina è stata condannata per omicidio colposo, non ha battuto ciglio. E quando il tribunale, date le condizioni della ragazza, ha deciso per una pena di sei mesi in una specie di istituto psichiatrico, ha persino ringraziato i giudici. Il fratello del morto, Cristiano, si è fatto sbattere fuori dall’aula.

Graziella ha rifiutato di parlare con chiunque. Ha pagato le spese processuali e l’avvocato grazie alla vendita di una piccola proprietà, e ha aspettato che Cristina uscisse dall’istituto per farla entrare nella miglior clinica della regione.

È andata a trovare la figlia ogni giorno che Dio ha mandato in terra, affrontando tutto da sola. La Iole e io abbiamo fatto quel che potevamo e lei ha accettato di mangiare ogni tanto con noi, quando tornava a casa tardi dalla clinica. Ci ha raccontato i due tentativi di suicidio di Cristina e pochi giorni fa ci ha detto che sarebbe tornata a casa. «Non ho più i soldi per pagare la clinica, però mi hanno spiegato tutto quello che devo fare quando va in apnea. Non può uscire da sola, è dimagrita dodici chili e parla solo per dire sì o no. Dicono che deve continuare a seguire una terapia psichiatrica, ma che è notevolmente migliorata.» È stato allora che l’abbiamo vista piangere per la prima e unica volta.

Mi hanno detto che l’assassina è tornata a casa.

Il suo avvocato, al processo, mi ha intimato di non avvicinarmi a lei.

Così ho comprato dei fiori di plastica da legare al lampione.

Deve ricordare. Deve smettere di respirare ogni volta che li vede. Io non le prendo più, le pillole. Voglio sentire tutta la rabbia che ho in corpo, per sparargliela addosso come una raffica di mitra.

Pare che in clinica abbia cercato di uccidermi due volte, ma ne ricordo una sola.

L’infermiera era stata chiamata d’urgenza in un’altra camera, così ho ingurgitato l’intero flacone di pillole che aveva lasciato sul comodino.

Purtroppo è tornata di corsa dopo pochi minuti, e mi hanno “salvata”.

Sono ancora qui ma, senza le medicine, ogni tanto vado in apnea e mi prende un terrore mortale. Sono incongrui gli attacchi di panico: l’unica cosa che vorrei è proprio smettere di vivere per non sentire più dolore.

Lo psichiatra continua a ripetere che devo perdonare me stessa.

Non sa quello che dice.

Maurizio è venuto a trovarmi in clinica. Gli ho chiesto di non farlo più e lui è parso sollevato.

Se non fossi uscita, quella sera, non sarebbe successo niente. Quindi lo odio quasi come odio me stessa.

Ho iniziato a far finta di stare meglio, perché mamma mi lasci un po’ da sola. Non mi hanno voluto dire né come si chiama, né dove abita.

Con Internet sarebbe un attimo. E potrei scrivergli su Facebook. Ma la mamma mi ha tolto portatile e cellulare.

Devo riuscire a farmi prestare un computer. Devo uscire da sola.

 

Quando Sandra mi ha detto che va a fare la spesa con sua madre, mi è passato davanti agli occhi tutto il film. Ho persino sentito il suo collo tra le mie mani.

La sto braccando. Ho estorto a Sandra il nome del supermercato e ci sto andando tutti i giorni a ore

diverse, ma non l’ho ancora incontrata. Dannata sfiga.

La ragazza di mio fratello è l’unica che vedo, ogni tanto, perché neanche lei riesce a dimenticarlo.

Un giorno le ha viste uscire di casa. Così le ha seguite e ha scoperto dove andavano.

Io le ho assicurato che voglio solo guardarla da lontano. Per capire se è vero che sta così male.

Sandra ha continuato a ripetermi che, secondo lei, quella ragazza è praticamente morta. Finché finalmente si è convinta, ma mi ha fatto promettere che, a guardarla da lontano, ci saremmo andati insieme. Perché ancora, di me, non si fida.

E ha ragione.

Le ho incontrate questo pomeriggio. Si tenevano per mano. O meglio: Graziella stringeva la mano di Cristina che camminava lentamente, sbandando un po’. Forse a causa di tutte le pillole che prende. Ha un sacco di capelli grigi e sembra abitare in un corpo troppo esile per sorreggerla. Graziella ha cominciato a chiacchierare e poi, rivolgendosi alla figlia come a una bambina, le ha chiesto se si ricordasse di me quando ero il giardiniere del loro palazzo e la tenevo sempre sulle ginocchia, cantandole le canzoncine. Cristina mi ha guardato, ma avrei preferito che non l’avesse fatto. Dai suoi occhi sembrava colato via tutto il colore. E’ riuscita a stiracchiare l’angolo di un labbro, in una parodia di sorriso. Non so quale delle due mi facesse più pena.

Oggi: un anno, due mesi e un giorno dopo, l’ho rivista.

Stava con la madre che le parlava a macchinetta, continuando a sorridere come una scema. Lei sembrava non sentirla nemmeno, camminava in trance e teneva gli occhi fissi per terra. È piccola, senza tacchi, e peserà forse quaranta chili. L’ho riconosciuta dai riccioli, che ricordavo più neri.

Così mi sono avvicinato. Lei deve aver “sentito”, ha alzato lo sguardo e mi ha visto. Siamo rimasti qualche secondo a pochi metri l’uno dall’altra. Ed è stato come se fossimo gli unici due sopravvissuti a un disastro nucleare. Chiusi in una bolla di vetro. Ho immaginato quest’incontro mille volte. Ma la realtà è sempre un’altra cosa. Credevo di trovarmi di fronte all’assassina di Marco e ho visto una ragazzetta da niente che, tuttavia, mi teneva testa, e non mostrava la minima intenzione di scappare o chiamare aiuto. A un tratto ha smesso completamente di respirare. Come se i suoi polmoni non funzionassero più. Non recitava: stava diventando cianotica. Mentre sua madre piombava su di lei, l’ho guardata un’ultima volta. Era rigida come un baccalà, con degli occhi sbarrati che ancora un po’ le schizzavano fuori. E a me, finalmente, è bastato. Sono uscito senza voltarmi indietro.

Mamma ha saputo da qualcuno che è partito. Ma forse se l’è inventato per rassicurarmi.

E io che avrei voluto corrergli incontro per pregarlo di uccidermi! Che tanto l’avrebbero assolto perché ho scritto una lettera in cui gli chiedevo di aver pietà di me e farla finita.

Questo avrei voluto dirgli, e non ne sono stata capace. Ancora prima che se ne andasse, in apnea, ho capito che non avrebbe fatto niente.

Altro che pietà: non mi ha uccisa per vendetta.

Eccomi qui: sul tetto del mondo. Sono partito da poco più di sei mesi, ma sembrano anni luce.

I lineamenti di Marco vanno sfumando giorno dopo giorno, anche perché ho perso la sua foto in chissà quale dogana. Un segno del destino?…

Tra poco finirò i soldi che mi hanno prestato i miei genitori adottivi, ma qui si vive con niente, e con qualche lavoretto ci si può assicurare vitto e alloggio.

Ancora non voglio pensare a quando e come tornerò a “casa”. Sicuramente c’è una denuncia dell’avvocato che mi aspetta. Non dovevo avvicinarmi a lei.

Sandra è l’unico contatto che mi resta con quello che è stato il mio mondo.

Del resto, visto da qui, il “mio mondo” è piccolo come un puntino e io mi sento una formica.

Una cosa che ancora non riesco a togliermi dalla testa è il viso di quella ragazza.

Quando mi ha riconosciuto ed è rimasta immobile, per un attimo ho pensato che mi avrebbe chiesto di ucciderla.

Ma non era in grado di parlare.

Mi confonde, quel ricordo. M’intristisce. Come ho potuto trasformarmi nel suo giustiziere?

La rabbia, il dolore, l’incapacità di accettare la morte di Marco, li sto vedendo adesso. Dalla salvifica distanza delle montagne più alte del mondo.

Allo spaccio, stamani, ho comprato una cartolina e un francobollo. Li tiro fuori dallo zaino insieme alla penna. Di lei conosco solo il nome e l’indirizzo di casa. Ma anche se avessi una mail, non la userei. Certe cose vanno scritte con la propria calligrafia.

E mentre faccio scivolare la penna sulle righe, formulo a voce alta (sillaba per sillaba) il suo nome e cognome.

PER CRISTINA BONARDI. In stampatello.

E dopo aver aggiunto l’indirizzo (innalzandomi da umile formica a onnipotente divinità che tutto vede e perdona), sigillo la cartolina con una sola parola che è, insieme, un atto di giustizia, la mia assoluzione e la nostra libertà:

Respira!

Come dicevo all’inizio, sono convinto che le piante abbiano un carattere.

Un giorno il mio vicino di casa mi porta una pianticina spoglia e sofferente, che non ha il coraggio di buttare via.

Mettendomi il vasetto in mano, mi dice ridendo che solo io posso compiere il miracolo.

L’ho bagnata e concimata per tutta l’estate. Ma, nonostante le mie cure, restava asfittica, giallognola… come se non le andasse di crescere.

Poi, proprio ieri, ormai settembre inoltrato, trovo la sorpresa che non aspettavo più: due piccoli fiori sbucati dal nulla. Non avevo nemmeno fatto caso ai boccioli.

Solo due fiorellini, per ora… ma del più incredibile color plumbago che abbia mai visto.