RITRATTO

Mia madre iniziò a invecchiare il giorno in cui smise di tingersi i capelli.

Non che la sua grigia criniera le impedisse di essere oltraggiosamente bella, intendiamoci. È che proprio lei, quel mattino, si svegliò e decise di invecchiare.

Fu una scelta che non compì per stanchezza, né perché fosse malata (godeva, anzi, di ottima salute). Non la compì per raggiungere anzitempo qualcuno nell’aldilà, e nemmeno perché si sentisse sola.

Per giustificare l’abbandono dell’unica piccola civetteria che si concedeva, disse che una donna con i capelli neri, alla sua età, rischia di cadere nel ridicolo. Ma, in verità, il suo corpo tonico e la sua pelle levigata erano in perfetta sintonia con la folta capigliatura corvina che nessuno aveva mai trovato fuori luogo.

Per parecchio tempo non capii e perciò non diedi importanza alla cosa.

Solo anni dopo misi insieme tutte le tessere del puzzle, ripensando agli sguardi che quella donna involontariamente sensuale attirava su di sé. E misi a fuoco il modo in cui la ammiravano l’amico di papà, il mio “quasi” fidanzato Gigi, il compagno di scuola di mio fratello Alessandro.

Bastava che mia madre entrasse in una stanza, per calamitare l’attenzione di tutti i presenti; uomini e donne. La sua bellezza oscurava chiunque.

Allora un giorno, non avendo altri mezzi per rendersi invisibile, decise di invecchiare. E lo fece solo per amore. Dal momento che il suo fascino era talmente ingombrante da rendere difficile la vita delle persone amate, lei semplicemente ci rinunciò; sorridendo soddisfatta ogni volta che, davanti allo specchio, si scopriva una nuova, piccola ruga.

Le conseguenze furono superiori alle sue stesse previsioni.

Io mi sposai con il “quasi” fidanzato che aveva smesso di desiderarla, i compagni di Alessandro iniziarono finalmente a ignorare la sua presenza e papà, liberato dall’ansia di proteggerla da tutti, s’innamorò di un’altra donna e se ne andò.

Mia madre si ammalò di tristezza e poi di tumore. Temetti di perderla, ma lei guarì con la caparbia volontà che avevo imparato a riconoscerle.

Non scorderò mai il giorno in cui la trovai davanti allo specchio del bagno con ciotola, pennello e guanti di plastica. I capelli, dopo la terapia, le erano ricresciuti più folti di prima e lei se li stava tingendo, ciocca per ciocca, concentrata e serissima. Lavorava con amore e dedizione totali; usando il pennello come se stesse dando gli ultimi ritocchi a una tela rara e preziosa.

E anche se era dimagrita e stanca… anche se i suoi occhi erano bordati di scuro, capii che era tornata.

«Ricordati, Mara,» disse guardandomi dallo specchio «qualunque cosa succeda… non devi MAI rinunciare a quello che sei. Non c’è niente e nessuno al mondo che meriti un tale sacrificio. Coltiva sempre la tua intelligenza, il tuo talento e l’amore per te stessa. E…» aggiunse con un sorriso «fai dei tuoi capelli quello che ti pare e piace.»

Due anni dopo si risposò con un uomo che non aveva paura di niente.

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