TROPICO D’ASFALTO

Milano, 17 luglio.

Uno scarto sferraggliante procede al rallentatore su rotaie mezzo liquefatte dal caldo. L’autista è talmente immobile da poter essere una sagoma di cartone.

Sono allungata sulla panca scomoda, di fianco a uno che m’infila “La Gazza” sotto il naso, senza neanche chiedermi se m’interessa il calcio, e di fronte ho un’entità femminile avvolta in un triplo strato di abiti e veli.

Poveretta. Io indosso il minimo indispensabile per non essere arrestata.

Ho il didietro incollato alla panca e naturalmente sono in ritardo; ma chissenefrega. A un certo punto il tram si ferma bruscamente (pare che sia rimasto il solo ad avere l’energia di fare qualcosa) e le porte si aprono, accogliendo una zaffata d’asfalto e tropici; umidi al 98 percento.

Sale una. Fresca di Lampados, truccatissima, minigonna mozzafiato (come se ce ne fosse bisogno), capello di un colore improbabile ma vistoso. Età dichiarata, sicuramente non oltre i trentacinque.

Non si sa perché, sorride; forse sta pensando all’effetto dei suoi airbag (strizzati nel wonderbra) sul pubblico maschile. Comunque ha la solita borsa di scaglie a tracolla e un topo al guinzaglio, infilato sotto un braccio. Uno di quegli affari a pelo raso con velleità di cane ma essenza da schiavo; con due fari al posto degli occhi e un guaito da neonato. La tizia si siede accanto alla donna a strati, creando un’originale compensazione, e accavalla sapientemente le cosciotte, facendo finta di ignorare lo sguardo allupato del tizio accanto a me che, per l’occasione, ha persino abbassato i fogli della “Gazza”.

A un certo punto la tipa mi scannerizza rapidamente e i suoi occhi al laser mi inviano una mail imbarazzante: “Tesoro, vabbe’ che non sarai mai una strafi come me, ma Gesù, come ti stimi poco! Sembri un sacco di patate e stai sudando da far pietà!… ”.

Cestino la mail e scambio un’occhiata con il topo. Poi comincio a volare con la fantasia e, incredibile ma vero, sembra che l’affare peloso mi abbia letto nel pensiero e comincia ad agitarsi.

Lei china amorevolmente la testa, sussurrandogli melensaggini con la siliconata boccuccia a cuore, il naso che va ad accarezzare quello di lui.

Ed ecco che accade il miracolo. Approfittando della vicinanza del tenero boccone, il topo ZAC!, glielo azzanna.

Lei squittisce buttando indietro la testa che va a sbattere sul finestrino. Il topo mostra le piccole fauci e le ringhia contro. E monta, monta tutto arruffato… raddoppia le sue dimensioni, sembra quasi un cane.

La strafi è appiattita contro il finestrino, con una mano aggrappata al naso e una sincera espressione di terrore negli occhi. “Chi è questo mostro orrendo che ha rischiato di rovinare lo splendido lavoro del chirurgo plastico? Non è che Pucci si è divorato le mie pasticche vitaminiche?”

E anche in lei ha inizio una metamorfosi: la permanente le si smonta, il trucco le cola, la tinta si scioglie, il wonderbra si slaccia, lasciando cadere tutto. È proprio bruttina, adesso: sembra un sacco di patate.

Il topo è ormai un gigante che mostra i denti, e ringhia.

A un tratto la molla. Con un balzo è sul pavimento e si dirige spedito verso l’uscita. Ma prima si ferma alla base della macchinetta obliteratrice (promossa ad albero), alza la microscopica zampa posteriore e, con aria di sfida, fa pipì.

Infine, approfittando di una fermata, salta giù dal tram.

La donna è ancora spalmata sul finestrino e, con tutti quei colori colati, sembra la tela di un impressionista ubriaco.

Io mi sollevo lentamente a sedere sulla panca. Mi aggiusto un ricciolo ribelle e, perfida, le allungo kleenex e specchietto, gustandomi i pezzi della sua dignità distrutta.

Sono sicura di non assomigliare più a un sacco di patate e, probabilmente, ho persino smesso di sudare.

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